Emmanuel: 40 anni al Servizio del Territorio

Il Grido della Croce e il Grido della Terra ci sono sempre dinanzi; sono la VocAzione che hanno ispirato Emmanuel sin dal suo nascere, sono al tempo stesso l’ispirazione e la meta del nostro agire.

Nel trascorrere dei suoi quarant’anni di servizio, Emmanuel ha progressivamente maturato che, accanto a strutture e servizi di accoglienza realizzati sul territorio nazionale ed internazionale, fosse necessario contribuire anche nel processo di trasformazione socio-culturale volto a contribuire alla realizzazione di una società capace di pensare e agire sul “bene comune”, sulla valorizzazione delle differenze, sulla partecipazione attiva, sulla salvaguardia del Creato, sulla creazione di una Comunità Solidale capace di partire dall’inclusione dei più deboli ed emarginati.

Questa la nostra sfida, iniziata dal “Sud”. Dire “Sud” significa, abitualmente, chiamare per nome la parte meno ricca e meno sviluppata della Terra (la maggior parte!): il Sud, così, è “profondo” di povertà e di dolore.

Ma c’è un “Sud” anche di vita e di sensibilità, di saggezza e di calore umano, di senso della famiglia, di operosità sofferta e tenace, di accoglienza, di lotta , di solidarietà.

Da questo “Sud” nasce, si proietta ed opera Emmanuel, in un contesto socio-culturale in continuo cambiamento; sviluppa azioni e servizi nelle  direzioni di autopromozione, emancipazione e cooperazione, sogna un solo mondo, meno scandaloso e più umano, non diviso, ma condiviso, e lo costruisce a partire dal Sud, mettendo insieme esperienze, tradizioni e valori comuni alla grande famiglia del Sud d’Italia, d’Europa e del Mondo.

In questo senso, riprendendo la definizione dell’Antropologo D’Aureli, per Emmanuel “il” luogo del proprio agire altro non è se non la storia di coloro che lo vivono, lo raccontano, lo attraversano.

Ed è ovvio che la “storia” delle domande e dei bisogni sociali di 40 anni fa, la chiusura degli ospedali psichiatrici, la diffusione delle droghe pesanti, l’approccio accademico alle fragilità dei “diversamente abili” richiedessero all’inizio terapie dirette, frutto di grandi sfide pedagogiche: si trattava di elaborare itinerari educativi, percorsi dell’anima, sentieri di liberazione, di guarigione, di crescita e di maturazione che, partendo dalla persona, l’accompagnassero nella ricerca della verità e del senso della vita, nell’apertura agli altri, nella cultura della giustizia e della solidarietà.

Chiara laicità nel servizio e forte identità cristiana sono state, fin dalle origini, elementi caratterizzanti: la laicità del servizio si esprime nell’accoglienza offerta a tutti, senza distinzione di sesso, religione o appartenenza ideologica, e nell’atteggiamento di rispetto, dialogo e disponibilità verso le varie possibili collaborazioni richieste dal servizio alla persona.

L’identità cristiana si manifesta nella vita spirituale intensa alla quale partecipano i membri stabili; essa determina la precisa collocazione ecclesiale della Comunità, naturalmente in una prospettiva di feconda collaborazione e osmosi con tutte altre fedi presenti.

Dopo, con l’avvento della società globalizzata e l’apoteosi del consumismo, è mutata anche l’identità dei “richiedenti giustizia”: nuovi poveri, famiglie impossibilitate a curare i propri figli affetti da patologie invalidanti, anziani e non senza dimora, sino ai migranti, con la nascita della sezione “Migrazioni e sud del mondo”, a cura della Fondazione Emmanuel, dove si lavora quotidianamente contro gli egoismi che si contendono gli averi e i poteri del mondo, affianco a coloro che hanno sostenuto e attraversato l’arsura e le tempeste di sabbia del deserto, sopravvissuti a sequestri, carceri, latrocini ed estorsioni, violenze e torture di ogni genere, scampati al naufragio tra le onde del Mediterraneo.

A costoro, per vivere insieme un cammino di speranza e riconciliazione, ma anche a tutti quanti credono che la fede è innanzitutto un servizio, è dedicato l’Istituto di Salute e Medicina Spirituale “S.Ignazio di Loyola”, unico nel suo genere, strutturato, nelle sue parti architettoniche e simboliche, sulla traccia delle varie tappe degli Esercizi ignaziani, e, oggi più che mai, fedele agli insegnamento del Papa gesuita.

Basterebbe infatti seguire i principi dell’enciclica Laudato sì di Papa Francesco sulla cura della casa comune per inquadrare il valore e l’attualità del messaggio di Emmanuel. I “luoghi di comunità” sono chiamati a trasformarsi in “beni comuni”, nei quali si creino le condizioni per il rafforzamento delle relazioni interpersonali, laboratori di pensiero, di culture e di arti grazie ai quali creare ponti con le scuole, le aziende locali, ma anche con coloro che sono solo di passaggio (studiosi, studenti, ospiti temporanei), residenze culturali diurne, scuole di dialogo interreligioso e interculturale.

L’Unione europea aveva trattato questi temi già nel 2008, con il Libro bianco sul dialogo interculturale, dove già nella prefazione si indicavano le linee per la sua costruzione: praticare una governance democratica della diversità culturale; rafforzare la partecipazione; insegnare e sviluppare le competenze interculturali; creare spazi riservati al dialogo interculturale; fornire al dialogo una dimensione internazionale, nel riconoscimento che tutti siamo naturalmente “policulturali” e che la convivenza umana si può generare solo attraverso il riconoscimento della pluralità delle visioni. In particolare, è necessario creare luoghi, spazi e occasioni per recuperare le basi biologiche comuni come l’empatia, la compassione, la cura dell’altro, la solidarietà, la fiducia, tutti aspetti che accompagnano il successo evolutivo delle specie sociali. Questa evoluzione fondamentale in un processo di cambiamento sociale comporta il passaggio “dal patrimonio come sostanza – insieme di dati statici – al patrimonio come processo – insieme di beni da ricostruire nei significati; dal patrimonio come luogo di conservazione al patrimonio come luogo di relazioni; dalla educazione interculturale come didattica delle differenze all’eduzione interculturale come pratica trasformativa (Simona Bodo, “Prove di intercultura”- Editrice Bibliografica).

Ecco perché i luoghi della Comunità Emmanuel non sono mai scontati o fini a se stessi, sia che si tratti di casali in campagna, sia di centri attrezzati e plurifunzionali, sia di avamposti dell’accoglienza; i luoghi di Emmanuel sono tutti paesaggi umani, diventano modelli, riflessioni, eventi, richiamano opportunità e persone competenti per superare le diffidenze reciproche e recuperare memorie, con la partecipazione attiva di gruppi (di diverse provenienze sociali, geografiche e credi religiosi; autoctoni, persone a forte rischio di instabilità e squilibrio sociali, richiedenti asilo, seconde generazioni di immigrati e associazioni di immigrati) coi quali si mette in atto la “strategia della speranza”, e ci si misura con l“ arte di organizzare la speranza” e della profezia che la rende possibile.

Nei luoghi Emmanuel è viva una riflessione attorno al potere della cultura, della storia, delle istituzioni, delle tradizioni, dell’arte, della filosofia, delle religioni di comprendere i processi di rafforzamento e coabitazione delle identità per esaltare e far emergere i meccanismi che agevolano la coesione sociale e l’apprendimento interculturale tra le diversità; è un cammino iniziato 40 anni fa inventando, prima, e generando, dopo, modelli imprevisti di accoglienza e condivisione, cura e solidarietà e che oggi richiede di adattare forme e linguaggi a quelle delle giovani generazioni, dei nativi digitali, perché le trasformazioni accelerate dei saperi tecnologici si strutturino come un valore, addirittura un valore sociale, contrariamente all’opinione comune.

Le reti e le competenze digitali possono essere strumenti preziosi nella fortificazione delle proprie radici ma naturalmente lo sono anche le memorie, i ricordi, le sensibilità, le manualità: solo attraverso la difesa, la valorizzazione e la tutela di queste tradizioni si convalida ciò che già l’Unesco ha appurato, ovvero che i saperi e le capacità manuali fanno parte integrante del patrimonio culturale immateriale dei popolo nella loro interrelazione con l’ambiente fisico e sociale nonché in quanto vettori della costruzione identitaria, tali per cui possono essere considerati a tutti gli effetti beni culturali da difendere e valorizzare.

Emmanuel intende allora facilitare e rendere possibile una riflessione attorno al potere della cultura e dell’arte di comprendere i processi di costruzione delle identità inquadrata in una più generale questione educativa dei rapporti fra “gli altri” e gli autoctoni. Tale relazione avviene solo quando gli individui si incontrano, ed è attraverso le opportunità di scambio e condivisione anche “fisica” che si rende possibile la crescita culturale e personale degli individui che affermano il loro diritto a svilupparsi a partire da ciò che si è, sulla base dei propri bisogni, in una prospettiva di effettivo inserimento sociale, in una logica che riconosce valore allo scambio con l’altro, nella generazione  quotidiana di nuove relazioni, ed è la qualità di queste relazioni a fare la qualità dei luoghi, dunque mettere al centro i luoghi significa dar valore alle relazioni